Chi l’ha detto che il calcio è uno sport per soli uomini?

Chi l’ha detto che il calcio è uno sport per soli uomini?

Proprio oggi che è la giornata internazionale della donna, vogliamo parlare di quelle donne che hanno il coraggio di dare “un calcio” a quegli stereotipi che hanno fatto del calcio uno sport prettamente maschile. Il nostro obiettivo è proprio quello di sfatare questo falso mito.

Il mondo del calcio femminile è una realtà purtroppo ancora poco nota, trascurata e molto spesso del tutto ignorata, soprattutto in Italia.  Eppure il rettangolo di gioco è lo stesso nel quale competono le squadre maschili, così come i minuti di gara e i punti per una vittoria o un pareggio.

Ma in Italia ci sono poche calciatrici, poche squadre, pochi investimenti e molti pregiudizi.

Il calcio femminile nasce a Londra nel 1895 dove inizialmente era associato a partite di beneficenza e all’esercizio fisico delle giocatrici. In Italia viene scoperto 38 anni dopo, quando nel 1933 a Milano, prese vita il Gruppo Femminile Calcistico, primo club di calcio femminile organizzato. Dal 1968, per circa vent’anni, fu gestito da un’organizzazione autonoma, che ebbe il compito di organizzare le partite del campionato e quelle della nazionale. Nel 1986 l’organizzazione autonoma del calcio femminile divenne parte della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e la sua struttura venne affidata alla Lega Nazionale Dilettanti (LND).

Il calcio femminile in Italia

Tuttora il campionato femminile italiano è formato da diverse categorie e si svolge regolarmente ogni anno: le squadre che compongono la prima divisione, sono squadre dilettanti così come dilettanti sono definite le giocatrici, che, per questo motivo, non possono essere comprate o vendute. Di conseguenza non riescono a generare ricavi e, nella maggior parte dei casi, la loro esistenza è garantita soltanto dai contratti di sponsorizzazione, senza nessun altro tipo di garanzia economica.

Allo stato attuale è molto difficile poter prevedere in breve tempo una crescita della popolarità del calcio femminile in Italia.

Ma tralasciando questo critico quadro generale, e abbandonando per un attimo il mondo calcistico professionistico, c’è un fattore davvero interessante che non può passare inosservato: mentre il numero delle nostre calciatrici giovani è cresciuto, è calato drasticamente quello delle maggiorenni (ovvero, di quelle che giocano nelle prime squadre). Qui intuiamo il malfunzionamento del sistema calcistico femminile: l’interesse e la passione delle ragazze c’è e cresce, ma vengono spinte a smettere di giocare quando raggiungono l’età in cui nella vita si iniziano a fare delle scelte lavorative diverse dallo sport.

Vivere la passione per il calcio, senza ostacoli

Seppur utopico, dovrebbe essere un impegno di tutti rimuovere gli ostacoli innanzitutto sociali e culturali che al momento rendono per una donna quasi impossibile entrare nel mondo calcistico.

Quello che tutti dovrebbero fare è difendere ed assecondare la causa di una bambina che, appassionandosi al calcio, possa trovare una squadra, una struttura adeguata e uno staff di istruttori altamente qualificati, che le consentano di coltivare liberamente la sua passione. Occorre portare avanti con maggiore determinazione, politiche di sensibilizzazione nelle scuole, nelle palestre e nei club calcistici, dove le bambine si avvicinano per la prima volta al mondo dello sport, e dare la possibilità a tutte di poter praticare attività calcistica senza nessun pregiudizio o limiti di natura fisica o psicologica.

Partendo proprio dai settori giovanili e favorendo i centri sportivi che con coraggio promuovono l’attività calcistica femminile (come Juvenia!), si può giungere ad un nuovo modo di praticare il calcio tutto “in rosa”, anche solo per offrire una possibilità di puro divertimento amatoriale a tutte le ragazze che amano questo sport.

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